17 luglio 2008 - 21 anni
PER NON DIMENTICARE.......
Aldrovandi vittima negata
Smentire tutto, anche l’evidenza. A tre anni
dalla tragedia, parlano per la prima volta i poliziotti imputati per la morte
del giovane Federico Aldrovandi. Giurano di averlo colpito solo alle gambe e che
lui «stava benissimo». La loro versione è contraddetta dai testimoni e dai loro
stessi dialoghi
Quattro poliziotti armati di manganello e un ragazzo che muore solo,
ammanettato, faccia a terra. Hanno provato a negare tutto, gli agenti imputati
per l’omicidio colposo del giovane Federico Aldrovandi. Ma non hanno potuto
smentire il tragico epilogo di quell’alba del 25 settembre 2005, quando il
diciottenne ferrarese fu fermato da una pattuglia di polizia che lo trova vivo e
lo lascia morto sull’asfalto di un’appartata via della cittadina estense.
Parlano per la prima volta i quattro agenti, dopo mille giorni di ostinato
silenzio e nove mesi di processo, ma non si preoccupano di offrire una
spiegazione verosimile dell’accaduto. Una dinamica «incredibile» anche per loro,
che giurano che Federico «stava benissimo» prima dell’intervento dei sanitari
che ne constatano il decesso e dell’arrivo dei medici legali che lo fotografano
livido e tumefatto in una pozza di sangue. Non hanno idea di come si sia
procurato le ferite alla testa e allo scroto, dichiarano in aula il 26 giugno
scorso: «Forse quando finisce a cavalcioni sullo spigolo della portiera
dell’auto e poi cade in avanti, per poi rialzarsi come se niente fosse». Eppure
due dei loro sfollagente quella mattina si spezzano all’altezza del manico. E la
chiamata alla centrale del capo pattuglia Enzo Pontani è inequivocabile:
«L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto». «Una
frase detta così, una maniera di dire che non significa niente - si giustifica
l’interessato, incalzato dal pm Nicola Proto - anche l’Italia contro l’Olanda è
stata bastonata di brutto». Capelli biondi fluenti, tono sicuro, Pontani ci
tiene ad aggiungere che sarebbe «assurdo colpire una persona distesa». Eppure è
proprio quello che i testimoni hanno visto: quattro agenti di polizia che si
accaniscono sul ragazzo anche quando è a terra e implora aiuto.
Bello, alto, magro, Federico viene descritto da Pontani, una
decina di chili più del ragazzo e 15 anni di esperienza sulla strada, come un
«energumeno di 100 chili, scuro, con il collo taurino e gli occhi fuori dalla
testa», che sbuca all’improvviso dall’ombra di un parchetto urlando e ringhiando
per aggredirlo con sforbiciate, calci e pugni. Lui li schiva tutti. «Sembrava
che avesse voluto mangiarmi la testa», precisa per evocare la pericolosità del
giovane, disarmato e incensurato, seppure in stato d’agitazione, come riferì la
signora che chiamò il 112, spaventata dalla presenza di un giovane «che sbatteva
dappertutto». Per rincarare la dose, Pontani aggiunge un particolare mai emerso
prima: durante la colluttazione, Aldrovandi avrebbe addirittura tentato di
sfilargli la pistola. Un dettaglio che non compare neppure nella relazione di
servizio. Anche Luca Pollastri, il compagno di volante di Pontani, più che di
uno studente che rincasa dopo una nottata con gli amici in un centro sociale di
Bologna dove, certo, girava anche qualche acido, racconta di una «furia
scatenata» che avanza «con aria minacciosa», urlando «a denti stretti e bocca
aperta». Era «carico, digrignava i denti», gli fa eco Paolo Forlani, della
seconda volante, intervenuta quando la prima chiese rinforzi. «Erano più ringhi
che urla. Aveva gli occhi sbarrati. E fissava... Sembrava un automa», ribadisce
la sua collega di pattuglia, Monica Segatto, che si presenta pallida e tesa al
banco degli imputati.
Deposizioni fiume, quelle dei quattro agenti che fino a quel
momento si erano avvalsi della facoltà di non rispondere, mirate però più a
smontare i capi d’accusa che non a convincere gli ascoltatori. Più volte,
infatti, dal fondo della torrida e strapiena aula B del tribunale di Ferrara si
solleva un brusio di incredulità. Come quando Pontani racconta che lo
sfollagente del collega Forlani si rompe per un calcio di Federico. Il secondo
manganello, dichiara Pollastri, si spezza quando il poliziotto cade a terra
assieme al ragazzo nel tentativo di immobilizzarlo. Loro, sostengono, non
l’hanno mai colpito, se non alle gambe. Soprattutto, i quattro imputati
insistono nel dire che l’ambulanza la chiamarono subito anche se arrivò solo
quand’era troppo tardi e che Aldrovandi non ha mai dato segni di sofferenza.
Anzi, il loro timore è sempre stato che si rialzasse. Se non usarono il
defibrillatore che avevano in dotazione fu perché più volte avevano verificato
che respirava. Eppure la dottoressa fu chiarissima nella sua deposizione: quando
il 118 intervenne, il cuore aveva smesso di battere da parecchi minuti e infatti
i tentativi di salvarlo furono vani.
Uno dopo l’altro, gli imputati negano che il giovane chiedesse aiuto
perché non riusciva più a respirare. Scuote la testa con sofferenza muta, Lino
Aldrovandi, padre di Federico, che segue il processo in piedi, appoggiato contro
il muro. Anche Patrizia Moretti, determinata nella sua richiesta di verità e
giustizia per il figlio fin da quando impedì l’archiviazione del caso aprendo un
blog, fatica ad ascoltare gli agenti coinvolti nella morte del suo Federico:
«Non ci aspettavamo niente dalla loro deposizione. Però fa male lo stesso, fa
molto male. Nel loro racconto sembrano accantonare, dimenticare, quello che
hanno fatto, l’effetto di quelle loro azioni che ritengono tanto professionali.
Non gli ha mai nemmeno sfiorato l’idea di dire “mi dispiace”. La cosa che mi ha
addolorata di più, in questa versione paradossale, è stato quando hanno detto
che gli tenevano la mano sulla schiena per fargli sentire la loro presenza.
Purtroppo l’ha sentita eccome. Sappiamo, e gli effetti ne sono la prova più
grande, che l’hanno schiacciato a terra finché non è arrivata l’ambulanza».
La linea della difesa non convince nemmeno la parte civile: «Da
agenti di polizia si poteva pensare che dessero una spiegazione credibile di
quello che è accaduto, invece si sono trincerati dietro risposte che respingono
a tutto campo i profili dell’accusa senza preoccuparsi di un racconto che anche
un elementare vaglio di buon senso fa ritenere del tutto inverosimile», dice
l’avvocato Alessandro Gamberini, che sostiene la famiglia assieme a Fabio
Anselmo, Riccardo Venturi e Beniamino Del Mercato. «La verità è che, comunque si
difendano, la coperta è troppo corta perché riguarda il prima, il durante e il
dopo: gli agenti non hanno affatto chiesto nell’immediatezza l’ambulanza, hanno
bloccato Federico in una forma così violenta e compulsiva da procurargli
quell’asfissia posturale che ha poi determinato l’esito fatale, lasciandolo
steso per terra fino all’arrivo del 118, quando era già palesemente morto».
Un caso, quello di Federico, tenuto aperto dalla tenacia di una
famiglia che non si è accontentata della versione iniziale di una morte per
droga e ha lottato per far partire le indagini, tra macchie di sangue che
sparivano, brogliacci manipolati, versioni contraddittorie, testimoni reticenti
e comunicazioni date in ritardo. Le anomalie sono talmente tante che è stata
aperta un’inchiesta bis per falso e abuso. L’iscrizione nel registro degli
indagati dei quattro agenti è arrivata solo nel marzo 2006. Quando il pm
titolare dell’inchiesta lascia per motivi personali, subentra Proto che
finalmente avvia le indagini. Il processo è iniziato nell’ottobre 2007, due anni
dopo la tragedia. «Da cittadina credevo che la giustizia fosse qualcosa di
dovuto. Invece già arrivare in aula è stato un enorme risultato», commenta la
madre di Federico. «Come dice sua mamma, Aldro è stato ucciso due volte», fa
notare Andrea Boldrini, uno degli amici che passò con lui l’ultima serata.
«Perché da quando è morto continuano a infangarlo. A ogni udienza sembra lui
l’imputato, non i quattro agenti. Fin da quando siamo stati convocati dalla
polizia, volevano che dicessimo che era un tossico». Francesco Caruso, giudice
monocratico nonché presidente del tribunale, ha imposto un calendario serrato e
ascolta attentamente tutte le versioni illustrate in aula.
In autunno, con la sentenza, sapremo se in questo Paese è normale non sopravvivere a un controllo di polizia.
di Sofia Basso