Disoccupazione. Droga.
Mafia. Degrado. E ultras. Una miscela esplosiva che è deflagrata nei tragici
incidenti del derby con il Palermo. Viaggio in quella che un tempo era la Milano
del Sud. Oggi la città più invivibile d'Italia
Il giovane ultrà si muove con aria
impaurita nei vialoni un po' spettrali di Librino, una delle periferie di
Catania dove per troppi minorenni la passione calcistica non si distingue
più dall'odio verso le autorità. Ha la parlata svelta e, come da copione, i
capelli impiastricciati di gel. Dice di chiamarsi Pippo e di venire da San
Giovanni La Punta. Ma il suo territorio di elezione è diventato questo
superghetto di fronte all'aeroporto, concepito come un sogno urbanistico
negli anni Settanta da Kenzo Tange, oggi avvilito nella sua edilizia neppure
scadente dalla penuria di centri commerciali, campi sportivi, luoghi di
socializzazione, perfino allacciamenti fognari. Anche se non si percepisce
il raggelante abbandono che a Napoli marchia Scampia, dà la sensazione di un
progetto abortito.
Pippo si sente braccato, dopo
l'uccisione dell'ispettore capo Filippo Raciti nel derby contro il Palermo.
Accampa ancora deliranti diritti di dominio sui suoi santuari: la sede del
circolo che mescola spericolatamente gli slogan del tifo con quelli di Forza
Nuova; il Palazzo di Cemento semi occupato, simbolo del degrado di Librino,
un edificio comunale scrostato e dagli infissi arrugginiti dove negli
appartamenti non invasi la polizia ha trovato depositi di bombe carta e di
droga; la curva Nord dello stadio Angelo Massimino, "casa nostra, un posto
in cui gli sbirri non dovrebbero mai mettere piede". Protesta perché, da
quando è arrivato il nuovo questore, la polizia non rispetta più i patti
sottintesi: nelle partite in trasferta faxa addirittura agli agenti delle
altre città gli identikit dei capetti più scalmanati. Sta perdendo la
certezza dell'impunità per il microcosmo bullistico in cui è arruolato e che
si riteneva al di sopra delle leggi.
Catania, con Napoli e Salerno, ha le
curve calcistiche più bollenti d'Italia. Ed è seconda solo a Napoli nel
numero di minorenni arrestati. Dei tre club di ultras due si ispirano
politicamente all'estrema destra, sensibili alla mistica del 'credere,
obbedire, combattere'. Il terzo, più incolore, si proclama religiosamente 'a
sostegno della nostra fede'. In tutti i covi circola tanta droga: pastiglie
di ecstasy e cocaina. Un additivo chimico al fanatismo che rende
incontrollabile l'attrazione verso la violenza. Un impulso di distruzione
che accomuna trasversalmente 'carusi' del proletariato e della borghesia e
che le analisi sociologiche di autorevoli esponenti della sicilianità
spiegano un po' genericamente con il deserto dei valori e con il fallimento
di istituzioni come la chiesa, la famiglia, la scuola, i partiti.
Sul vuoto ha preso a speculare la
grande delinquenza. Le cosche, che nella Sicilia orientale fanno ancora
disordinatamente capo al clan di Nitto Santapaola (agli arresti dal '93 e
oggi ricoverato in una clinica per le pessime condizioni di salute),
attingono la manovalanza in questo serbatoio di adolescenza intontita che
riduce la sua identità alla mera difesa del campanile. I 'carusi' durante la
settimana scippano, spacciano, rubano i motorini. La domenica vanno a fare
la guerra allo stadio. Le frange ultras sono inconsapevolmente diventate il
bacino di coltura di un'illegalità di matrice mafiosa che indica nel
poliziotto (più ancora che nel tifoso avversario) 'il primo nemico'. Un
obiettivo da colpire, addirittura da eliminare, se solo osa invadere il
territorio. "Abbiamo più volte tentato di aprire un canale di confronto",
racconta Nando Guarino, capo della Digos a Catania, "ma i gruppi più estremi
rifiutano ogni forma di dialogo".
È la teppaglia che in curva inalbera
lo striscione 'Odio tutti' e che dopo la morte di un boss lo onorò con la
scritta 'Tigna vive'. Che durante il derby contro il Messina malmenò un
agente reo di aver accompagnato nel recinto proibito un medico per
soccorrere un tifoso bisognoso di assistenza. Che mesi fa assaltò un posto
di polizia. Che nel tragico venerdì dell'intifada ("Qui è peggio che a
Beirut", urlò il questore Michele Capomacchina) prepararono l'imboscata
fuori dallo stadio contro Raciti, infischiandosene dello svolgimento della
partita. Le famiglie degli agenti erano perfettamente consapevoli che il
servizio d'ordine allo stadio del Cibali rischiava sempre di dover domare
una guerriglia. "Ci eravamo salutati come ogni volta volta", ha detto la
vedova dell'ispettore nel messaggio funebre. "Ciao, ci vediamo più tardi.
Immaginavo che sarebbe tornato con qualche ferita, ma non avrei mai
immaginato che non sarebbe tornato".
I giovanissimi invasati, è emerso
dalle indagini, erano protetti dal custode dello stadio Luigi Mannino,
sospettato di farli entrare gratis. Durante una perquisizione è stato
arrestato (moglie e figlia sono state fermate) per aver inveito contro gli
agenti ("Bastardi, dovevano uccidervi tutti"). Nel guardaroba gli hanno
trovato una felpa con la scritta Acab (acronimo di 'All cops are bastard',
canzone eversiva degli anni Ottanta, diventata l'inno di battaglia di tutti
gli ultras). Il presidente del Catania Antonino Pulvirenti, imprenditore
aeronautico e proprietario di supermercati e alberghi, ha cercato di
prendere le distanze dai ricatti di queste gang. Oggi è tentato di voltare
definitivamente le spalle a un sistema di rapporti perversi, sempre più
difficile da gestire. "Noi che occupiamo posizioni di potere", dice il
sindaco Umberto Scapagnini (Forza Italia, il medico di fiducia di Silvio
Berlusconi che con una forzatura non priva di ironia definì virtualmente
immortale), "abbiamo il dovere di fare autocritica. La nostra generazione,
al di là delle divisioni politiche, si è incartata nella difesa dei
privilegi e non appare più credibile agli occhi dei giovanissimi che si
rifugiano nelle false mitologie. A questi ragazzi non diamo più ideali né
prospettive. Attenzione, non erano diversi i segnali che precedettero gli
anni di piombo". Scapagnini, che la prima telefonata di solidarietà del
mondo istituzionale l'ha ricevuta da una rivale politica, la concittadina
Anna Finocchiaro, capogruppo dell'Ulivo al Senato, è inevitabilmente
preoccupato per la tremenda botta di immagine. La società di marketing Meta
Comunicazione ha calcolato i danni in 100 milioni di euro. "Con quelle
riprese che hanno fatto il giro del mondo", dice Fabio Scaccia, presidente
della Confindustria locale, "Catania ha fatto un balzo indietro di
vent'anni". La città stenta a scacciare il senso di vergogna che ha un po'
spento anche la festa patronale di Sant'Agata, per dimensione e sfarzo la
terza celebrazione religiosa nel pianeta. I catanesi oscillano fra la rabbia
impotente per una reputazione rovinata da un branco di vandali e il
vitalismo genetico che fin dagli anni Sessanta le guadagnò l'etichetta di
Milano del Sud. "Nel mondo dell'imprenditoria", è l'opinione di Natasha Jeuk,
una immobiliarista tedesca da anni trapiantata in Sicilia, "ha ancora un
dinamismo e una vivacità che non trovano riscontri in altre realtà
meridionali". Dopo che, all'inizio degli anni Novanta, Tangentopoli rovesciò
i poteri forti delle grandi dinastie (Costanzo, Graci, Rendo e Finocchiaro,
soprannominati i 4 cavalieri dell'Apocalisse), le nuove frontiere
dell'economia sono avanzate nell'Etna Valley, polo hi-tech che ospita
aziende di microelettronica e di biotecnologie. "Sono nati 5 mila posti di
lavoro", dice Maurizio Caserta, docente di Economia politica all'Università,
"ma non si produce vera ricchezza. Le risorse vengono almeno in parte
sottratte dal radicamento della grande delinquenza". Anche per questo
fattore Catania occupa l'ultimo posto nella classifica di vivibilità de 'Il
Sole-24 ore'. Stroncatura che Scapagnini contesta. "È una valutazione che si
basa su dati inesatti. Per esempio, l'immondizia. Ufficialmente Catania ha
circa 320 mila abitanti che pagano le tasse sui rifiuti. Ma ogni giorno ne
affluiscono dall'hinterland altrettanti, che intasano gratis i servizi di
nettezza urbana". Il sindaco è convinto che, malgrado il duro colpo, la
città sia avviata verso una formidabile ripresa. L'ingegnere Tuccio D'Urso,
che sovrintende alla realizzazione delle grandi opere, cita i lavori di
allungamento della metropolitana, il raddoppio della linea ferroviaria,
l'estensione del lungomare sul modello di Barcellona, la riqualificazione
del centro storico, il sistema integrato dei parcheggi, l'imminente apertura
della nuova stazione aeroportuale, il recupero delle aree emarginate come
Librino dove sorgeranno la nuova questura e un nuovo ospedale. C'è infine il
fiore all'occhiello della movida. Nel centro storico, intorno a via Etnea,
sono spuntati circa 200 nuovi locali. Dal punto di vista della
sperimentazione musicale Catania è considerata la Seattle d'Italia. Le notti
sono movimentate da una popolazione universitaria di circa 70 mila studenti.
"È vero, pub e pizzerie hanno acceso la città", dice il sociologo Carlo
Pennisi: "Ma se giri per i vecchi vicoli magari ti accorgi che non trovi le
cartolerie. I servizi in genere sono carenti. E anche fra i giovani più
istruiti non è molto sentito il rispetto delle regole. Si torna al punto di
partenza. Catania soffre da sempre di un deficit di legalità".
Gianni Perrelli